Cyberspazio, Cyber Defense, Cyber Security

le autostrade digitali sono infinite e ricche di insidie. Ecco di cosa si tratta e come difendersi.

“Se l’ascesa inarrestabile dell’automobile che caratterizza il Ventesimo secolo corrisponde più che altro a un desiderio di potenza individuale, la crescita del cyberspazio, invece, corrisponde piuttosto a un desiderio di comunicazione reciproca e d’intelligenza collettiva. A questo riguardo, l’errore comune è confondere le autostrade informatiche e il cyberspazio. Il cyberspazio non è una particolare infrastruttura tecnica di telecomunicazione, ma una certa maniera di servirsi delle infrastrutture esistenti, per quanto imperfette o disparate siano. L’autostrada informatica rinvia a un insieme di  software, di cavi di rame o fibre ottiche, di collegamenti satellitari ecc. Il cyberspazio, invece, mira, attraverso collegamenti fisici di qualsiasi genere, a un tipo particolare di rapporto tra le persone” (Pierre Lévy, 1999).

Non v’è alcun dubbio che, per come è stato concepito, il c.d. “cyberspazio” agevola la commissione di una lunga lista di nuove tipologie di crimini.

I reati informatici presentano alcuni peculiari caratteristiche tra cui quelle della:

  • de-localizzazione delle risorse,
  • de-temporalizzazione delle attività,
  • de-territorializzazione.

Dette peculiarità fanno si che si dibatta di reati la cui commissione può avvenire con estrema facilità in ogni parte del mondo, in ogni momento della giornata e soprattutto senza che occorra un contatto fisico fra il criminale e il web. Le novità non sono di poco conto se si ripensa alle tipizzazioni dei più classici reati contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione, ecc.) destinati inevitabilmente a lasciare il passo ai più inafferrabili e immateriali crimini informatici.

Un po’ come avvenne con il sorpasso delle automobili in danno delle carrozze trainate da cavalli ad inizio del XX secolo.

I reati informatici

Appare pure chiaro che le fattispecie di cybercrimes siano ancora in via di espansione e di etichettatura.

Anzi, è una di quelle categorie i cui contenuti muteranno costantemente alla stessa velocità con cui si aggiorneranno le innovazioni digitali. Ma sin d’ora è già possibile individuare alcune fattispecie specifiche basilari:

  • Violazione dei sistemi informatici;
  • Attacchi al patrimonio;
  • Diffusione di contenuti illeciti online;
  • Attentato a beni personali;
  • Violazione dei diritti di proprietà intellettuale;
  • Cyber terrorismo e cyber warfare (guerra cibernetica intesa come quell’insieme di attività volte alla alterazione e alla distruzione dei dati informatici e, più in generale, dei sistemi di comunicazione);
  • Online grooming (fenomeni di adescamento, specie a danno dei minori);
  • sexting (invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite Internet o telefono cellulare) revenge porn (la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite Internet senza il consenso dei protagonisti degli stessi ).

Secondo la più accreditata dottrina, invece, non andrebbe data rilevanza penale al fenomeno del c.d. “hacktivism”, che ricomprende tutti quegli  attacchi che determinano il blocco o l’interruzione di un servizio come conseguenza diretta di un’attività spontanea di migliaia di utenti concordi nel mettere in crisi un server connettendosi contemporaneamente per ostacolarne il funzionamento.

I costi dei reati informatici

Nel 2018 il Rapporto Clusit – Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica ha quantificato in 500 miliardi di euro il costo causato dai vari attacchi informatici avvenuti, a livello globale, nel corso del 2017. Nel computo totale, truffe, estorsioni, furti di denaro e di dati personali hanno colpito quasi un miliardo di persone nel mondo, causando ai soli privati cittadini una perdita stimata in 180 miliardi di dollari.

Nello stesso studio è stimato che l’Italia, nel solo 2016, abbia subito danni derivanti da attività di cyber crimine per quasi 10 miliardi di euro.

Siamo il primo Paese in Europa e il decimo nel mondo più colpito dai ransomware, ossia gli attacchi che si configurano come estorsioni informatiche, che bloccano l’attività di un computer o di un qualsiasi oggetto connesso a fronte della richiesta di un riscatto economico per la sua “liberazione”.

La criminalità informatica in Italia

Detto ciò, nel nostro Paese non esiste una legislazione organica che normi i crimini informatici. E probabilmente mai arriverà per un’atavica diffidenza nei confronti dell’innovazione tecnologica che sembra colpire il popolo italico.

Possiamo invece ritrovare una serie di interventi normativi, non sempre armonici – perchè attuati quasi esclusivamente in ottemperanza a direttive comunitarie – che hanno tentato di definire ed arginare le nuove fenomenologie criminose nate e sviluppatesi con il web.

La legge 547/1993, ad esempio, ha introdotto nuove disposizioni nel codice penale sulla criminalità informatica accogliendo una raccomandazione del Consiglio d’Europa del 1989 sulla criminalità informatica.

Sono così stati introdotti, ad esempio,

  • l’art. 491-bis c.p. relativo al falso documentale informatico;
  • gli artt. 615-ter, 615-quater e 615-quinquies c.p. in materia di accesso abusivo a sistema informatico o telematico, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici e diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico o telematico;
  • gli artt. 617-quater, 617-quinquies e 617-sexies c.p. relativi all’intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche, installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche e falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche;
  • l’art. 635-bis c.p. relativo al danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici
  • l’art. 640-ter c.p. con riferimento alla frode informatica.

Nel 2000 (anno di emissione della direttiva del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica) e nel 2001 (Convenzione di Budapest sul cybercrime) furono introdotte nel nostro Paese nuove tipologie di reati informatici. La legge n. 48/2008 recepì i nuovi orientamenti tipizzando nuove fattispecie criminose come l’art. 495-bis c.p. (falsa attestazione o dichiarazione al certificatore di firma elettronica), ovvero altre sofisticate fattispecie in materia di danneggiamento informatico e frode informatica.

Solo nel 2013 il legislatore italiano ha introdotto una normativa in materia di furto o indebito utilizzo dell’identità digitale, nonché gli artt. 43, 44, 45 e 46 del d.lgs. 51/2018 sul trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti al fine di prevenzione, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali in attuazione della direttiva UE 2016/680 e lo schema di decreto legislativo relativo alla prevenzione dei reati gravi e di terrorismo a tutela del codice di prenotazione (PNR) in attuazione della successiva direttiva UE 2016/681.

Privacy e GDPR

E non dimentichiamo soprattutto il decreto di raccordo tra normativa italiana previgente in materia di privacy (d.lgs. 196/2003, c.d. codice privacy) e il GDPR (Regolamento dell’Unione Europea 2016/679), entrato in vigore il 19 settembre 2018.

In questo caso il legislatore ha riscritto l’articolo 167 c.p. (reato di trattamento illecito di dati personali), e inserito due articoli, il 167-bis e il 167-ter (comunicazione e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala e acquisizione fraudolenta di dati personali oggetto di trattamento su larga scala).

Il Regolamento generale relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo ai dati personali n. 2016/679, noto come GDPR e la Direttiva relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno n. 2015/2366, nota come la PSD2, sono certamente la prova che il legislatore ha provato ad insinuarsi tra l’utilizzo esteso della tecnologia da parte degli intermediari e il bisogno di accedere, sempre più velocemente e sempre più facilmente, ai servizi digitali da parte dei consumatori per trarne benefici.

In questo binomio di servizi e necessità, tra l’intermediario e il consumatore si colloca inoltre la vigilanza prudenziale di Banca d’Italia con l’ormai conosciuta Circolare n. 285/2013, che esalta il sistema informativo bancario (inclusivo delle risorse tecnologiche – hardware, software, dati, documenti elettronici, reti telematiche – e delle risorse umane dedicate alla loro amministrazione) come uno strumento di primaria importanza per il conseguimento degli obiettivi strategici e operativi degli intermediari, in considerazione della criticità dei processi aziendali che dipendono da esso.

In buona sostanza, negli ultimi anni, il legislatore ha cercato di rendere l’ambiente informatico-finanziario improntato a criteri di maggior sicurezza e affidabilità e ciò in ragione, vuoi del crescente impiego dello strumento di pagamento elettronico da parte del pubblico degli utilizzatori, vuoi del parallelo espandersi degli attacchi sferrati dalla nuova criminalità nello stesso ambiente.

Fatte queste brevi e parziali premesse giuridiche, proviamo a scendere anche su un piano più squisitamente pratico.

Gli attacchi informatici

Per attaccare un sito con la tecnica c.d. Ddos (ha lo scopo di rendere un server, un servizio o un’infrastruttura indisponibile. Esistono diverse tipologie di attacco, ad esempio un sovraccarico della banda passante del server per renderlo irraggiungibile o un utilizzo delle risorse della macchina fino all’esaurimento, per impedirle di rispondere al traffico legittimo) un hacker professionista richiede un prezzo è di 5 dollari l’ora, mentre per 90 dollari si può ottenere il furto di 300.000 punti bonus di una compagnia aerea, mentre per 450 dollari ne avrete 1.500.000.

Il cyberspazio ed il sistema bancario

Nemmeno i conti bancari sono al sicuro. Per rubare le credenziali bancarie di un correntista gli hacker chiedono dal 1% al 5% del saldo che c’è sul conto da violare.

Per avere invece un conto bancario con 15.000 dollari ne bastano 500. Per ottenere un passaporto digitale falso occorrono tra i 2.000 e i 3.000 dollari per uno europeo, e tra i 3 e i 10.000 dollari per uno americano.

La maggior parte degli sportelli automatici presenti oggi nelle nostre città sono hackerabili in soli 20 minuti. L’85% dei bancomat delle banche, infatti, può essere soggetto a uno o più malware mentre tutti sono sabotabili con skimmer e altre tecniche manuali che i malfattori riescono ad applicare a un ATM. Con la prima tecnica gli hacker possono manomettere lo sportello in sé e quindi rubare i soldi che un utente va a prelevare, mentre con gli skimmer i cyber criminali possono clonare le nostre carte di credito.

Come viene manomesso un bancomat dagli hacker?

La tecnica più rapida (dai 10 ai 20 minuti) per sabotare un bancomat è quella definita Black Box. In un attacco del genere infatti un hacker apre la cassa dello sportello automatico e vi fa un buco per raggiungere il cavo che collega il computer dello sportello automatico alla cassaforte del bancomat. I cyber criminali quindi vi collegano uno strumento creato su misura, chiamato appunto Black Box, che inganna lo sportello automatico per erogare denaro contante su richiesta. In pratica, senza inserire una carta valida, lo sportello eroga denaro.

Anche i POS sono presi d’assalto. I cyber criminali, infatti, infettano i POS di grandi centri commerciali, riuscendo così a entrare in possesso di un gran numero di carte di credito nel giro di poco tempo. Sfruttando, poi, la connessione a Internet di cui sono dotati i terminali di pagamento sono in grado di trasferire i dati verso server sicuri e utilizzarli per duplicare carte di credito da utilizzare per acquisti online e non solo.

Smartphone e pc vulnerabili sotto attacco

Veniamo adesso agli attacchi hacker commessi attraverso l’uso di uno smartphone o  di un pc.

Uno dei pericoli più grandi è rappresentato dall’attacco definito “man-in-the-browser”. In pratica il virus infetta il computer o lo smartphone, creando delle estensioni sul browser. In questo modo quando usiamo dei siti di pagamenti online o il portale del nostro account bancario, verremo reindirizzati su siti simili ma fasulli, il cui unisco scopo è di impossessarsi dei nostri dati (le credenziali del conto corrente online o il codice CVC della carta di credito). In questo modo invece che pagare la bolletta della luce staremo facendo un bonifico a un cyber criminale.

Cos’è il clickjacking?

Un altro grande rischio per i nostri conti in rete è rappresentato dal cosiddetto “clickjacking”. Questo è usato soprattutto sui siti di e-commerce, di pagamenti in generale e anche su siti di beneficenza. In pratica quando il sito è infettato presenterà un’enorme bottone invisibile, in modo tale che quando noi cliccheremo su “Paga ora” oppure “Dona ora”, manderemo in automatico i soldi ai cyber criminali.

Cosa sono i trojan?

Passiamo adesso alla categoria dei trojan, che sono malware che vengono nascosti all’interno di un altro programma apparantemente innocuo o utile. L’utente, eseguendo o installando quest’ultimo programma, in effetti attiva anche il codice del trojan nascosto.

Un primo esempio specifico di trojan banker che utilizza la tecnica di phishing è Android.ZBot, la cui installazione viene veicolata tramite un’altra app apparentemente innocua che funge da dropper.

Android.ZBot assume l’aspetto dell’applicazione Google Play e chiede all’utente la conferma dei privilegi di amministratore del dispositivo, tramite i quali è poi in grado di utilizzare gli SMS per intercettare le autentificazioni a doppio fattore nonché monitorare le app utilizzate sul dispositivo.

Se non confermiamo tali privilegi comunque il malware non si arrende, perché genera una falsa schermata di Google Wallet, il metodo di pagamento utilizzato per acquistare nel mondo Google, allo scopo di farci inserire i dati della carta di credito e inviarli all’esterno. Infatti trattandosi di Android è praticamente certo l’utilizzo di Google Play e quindi una richiesta di questo tipo dall’utente può essere considerata lecita.

Questa però non è l’unica possibilità di phishing attuabile da Android.ZBot.

Avendo i privilegi di amministratore si può monitorare il dispositivo e generare una falsa schermata dell’applicazione bancaria utilizzata dall’utente; e al momento le varianti possibili sono circa 40.

Cos’è ZitMo?

Un altro esempio di malware (anzi di spyware) è ZitMo, un trojan banker per Android che lavora in abbinata con Zeus, che invece risiede sul PC. In questo caso, infatti,  l’infezione dello stesso smartphone è provocata dall’operato di Zeus.

L’attacco è di tipo diverso perché si riferisce a quei casi in cui l’operazione di home banking viene eseguita dal PC, con l’ausilio dello smartphone per l’autentificazione a due fattori basata su SMS.

ZitMo si spaccia per un’app di sicurezza corredata di certificati. I nomi che può assumere sono i seguenti:

  • Trusteer Rapport
  • Android Security Suite Premium
  • Zertifikat

In tal caso, i permessi richiesti per l’installazione sono:

  • RECEIVE_SMS
  • SEND_SMS

Il programma è capace di inoltrare agli hacker gli SMS tra i quali si trova anche quello contenente il codice necessario per concludere l’operazione, che per ragioni di sicurezza viene inviato proprio via SMS.

Dato che in questo contesto l’operazione bancaria viene eseguita dal PC, l’abbinata Zeus-Zitmo permette di reperire tutte le credenziali necessarie per violare l’home banking della vittima.

Di seguito altre tecniche utilizzate dai trojan banker.

Cos’è il repacking?

Il “repacking” consiste nello scaricare l’app (APK) di una certa banca, decompilarla per modificare il codice, ricompilarla, firmarla con la chiave privata e caricarla sullo store.

Il risultato sarà che l’utente farà un bonifico su un altro conto corrente.

Cos’è il keylogger?

Un altro modo per ottenere l’accesso è un “keylogger”, che si occupa di leggere tutti gli input da tastiera che l’utente digita per inviarli all’esterno. E’ una tecnica utilizzata anche sui PC ma su device come smartphone e tablet, che non hanno una tastiera fisica, assume una connotazione particolare. In questo caso infatti viene inviato il modello del device e le coordinate XY premute sullo schermo dall’utente. Con queste due informazioni è in grado ricostruire i caratteri corrispondenti nella sequenza digitata.

Cos’è il form grabbing?

Il “form grabbing” invece è usato per intercettare i dati inseriti tramite tastiera virtuale o con il “copia e incolla”. Si tratta sempre di un malware che nel momento in cui clicchiamo sul tasto “submit” per confermare i dati inseriti nella form, li comunica all’esterno prima che vengano inviati dal browser.

Nel corso del tempo le banche, per prevenire questo tipo di frodi finanziare, hanno introdotto le tecniche di autenticazione a due fattori (un esempio l’invio di un sms con il codice).

La risposta è stata immediata. Sono nati i “Remote Access Trojan” (RAT).

I RAT sono a tutti gli effetti dei Trojan che permettono all’attaccante di accedere alle funzionalità del dispositivo. Tra queste funzionalità abbiamo non solo la possibilità di registrare e intercettare le telefonate, utilizzare le telecamere o installare software, ma anche quello di intercettare e inviare gli SMS.

I RAT di fatto annullano le tecniche di autenticazione a due fattori che gli istituti finanziari hanno implementato.

I RAT più diffusi sono:

  • Dendroid
  • OmniRAT
  • SpyNote.

Ai RAT dobbiamo aggiungere una nuova famiglia, gli “Infostealer”, che offrono meno servizi e funzionalità rispetto ai RAT ma hanno una caratteristica particolare, quella di intercettare e inviare al Criminal Hacker i messaggi SMS contenenti le password monouso che vengono usate per l’autenticazione a due fattori.

Di seguito sono indicate le tecniche più utilizzate per il furto delle credenziali:

Overlays: è la tecnica più utilizzata. Quando l’utente apre un determinato sito, il trojan banker sovrappone una pagina che viene progettata per acquisire le credenziali di accesso.

Redirection: in questo caso il trojan banker opera a livello di processo. Quando l’utente apre un determinato sito, viene automaticamente reindirizzato su un sito clone costruito appositamente dal Criminal Hacker.

Injects: è una tecnica evoluta. L’injection permette di inserire stringhe di codice eseguibile malevolo all’interno di campi di input. Questa tecnica è fattibile solo in presenza di vulnerabilità del sistema.

Hook: è la tecnica più evoluta, complessa e innovativa. È attualmente utilizzata dal Trojan Banker BackSwap. Non interagisce con il browser a livello di processo. Opera a livello di “hook” per eventi di Windows. In questo modo il Banking Trojan rileva quando l’utente si connette a specifiche applicazioni o siti di home banking e completa l’operazione inserendo un codice eseguibile JavaScript malevolo direttamente nella barra degli indirizzi. Altro aspetto importante è che il trojan Banker ha precompilato differenti codici malevoli corrispondenti per diverse applicazioni bancarie.

A questo punto, quando il criminal hacker accede al conto corrente online, l’istituto finanziario invia un SMS con la password monouso all’utente proprietario.

Qui entrano in gioco i fedelissimi RAT e/o Infostealer che provvederanno ad intercettare ed inviare al Criminal Hacker le informazioni per completare l’accesso all’Home Banking.

Ovviamente l’SMS sarà cancellato prima che l’utente abbia la possibilità di vederlo.

Argomenti e problematiche ancora diverse sono quelli introdotti dal cyber terrorismo e dalla cyber warfare.

Lo spionaggio militare

Spesso autori di questi attacchi non sono singoli individui o piccole comunità di hacker ma anche vere e proprie organizzazioni statali: ad oggi si stimano in più di 100 le nazioni con capacità di compromettere e danneggiare infrastrutture critiche e servizi essenziali attraverso attacchi cibernetici di alto impatto, come i recenti WannaCry e NotPetya, in grado di causare miliardi di dollari di danni.

Il 2017 ha fatto registrare, secondo il Clusit, un forte aumento degli attacchi compiuti con finalità di Information Warfare, gestione e uso delle informazioni per scopi militari, con un preoccupante +24% rispetto al 2016; ed ancora il Cyber Espionage (lo spionaggio con finalità geopolitiche o di tipo industriale, tra cui il furto di proprietà intellettuale) cresce del 46% rispetto al precedente anno di rilevazione (2016) e nei soli Stati Uniti ha causato danni dell’ordine di 600 miliardi di dollari.

Nel 2017 uno degli sviluppi più importanti nel panorama degli attacchi informatici è stata proprio l’evoluzione del ransomware, con l’avvento di “worm ransomware” basati sulle reti che rendono superflua la presenza dell’elemento umano per lanciare le campagne di attacco. Inoltre, alcuni criminali informatici che utilizzano questa tipologia di attacco non ambiscono più al solo riscatto ma, purtroppo, puntano alla distruzione di dati, sistemi e strutture informatiche. Questa attività è ad oggi registrata in forte aumento (fonte: Report annuale di Cisco sulla Cybersecurity 2018).

In ogni caso il numero di attacchi mirati contro i “settori critici” si è quasi quintuplicato nel corso degli ultimi cinque anni, un trend che sta mettendo seriamente a rischio la sicurezza a livello nazionale e globale.

Cyber Defense e Cyber Security: come difendersi?

Ogni futura attività in materia di cyber defense, di strategie nazionali, di certificazioni ed etichettature di processi e prodotti, di definizione di standard e soluzioni per l’interoperabilità, deve essere coerente con l’attuale ecosistema internazionale e fondarsi sulla reciproca collaborazione tra Paesi e istituzioni interessate. In tale quadro, appare necessario promuovere la crescita di un’industria internazionale della cyber security partendo dagli asset già disponibili, valorizzandoli e mettendoli a sistema, modellando il complesso delle regole per favorire uno sviluppo coordinato dell’intera filiera.

I livelli su cui lavorare sono molteplici ma tra loro fortemente interdipendenti: da una parte il quadro normativo, gli standard di interoperabilità, il processo di conformità e di labeling per le soluzioni HW e SW; dall’altra la conoscenza, lo sviluppo delle competenze e la formazione. In particolare, la domanda di nuove professionalità in ambito digitale sta crescendo a fronte di un mercato del lavoro non ancora in grado di proporre adeguate competenze ad elevata qualifica professionale, dotate di flessibilità e capacità di adattamento a mansioni non routinarie.

La protezione dei sistemi, delle infrastrutture “digital based” e dei dati trattati, scambiati e conservati è una sfida prioritaria da affrontare per assicurare al Paese sicurezza e crescita.

In estrema sintesi, i dati sopra riportati indicano che la sicurezza informatica è chiamata  ad un deciso cambio di paradigma per affrontare una sfida che si configura a livello globale: bisogna superare la logica dei sistemi “stand alone” da mettere in sicurezza, è l’intero ecosistema che dev’essere reso sicuro: tecnologie, macchine e persone.

All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

SULLA POSSIBILE INVERSIONE DELLA TENDENZA SECOLARE AL RIBASSO DEI TASSI USA

Nel momento in cui scriviamo è probabile che la buona maggioranza dei nostri lettori qualificati, sia convinta della ineluttabilità di uno o più tagli dei tassi americani nel futuro prossimo venturo.
In verità ne siamo moderatamente convinti anche noi, ma il ragionamento che ci accingiamo a fare va al di là dei prossimi mesi.
Il Presidente Trump, andando contro la palese ritrosia del governatore della Fed, Jerome Powell, e di qualche altro banchiere centrale, pare sia riuscito temporaneamente ad imporre un approccio molto dowish alla questione.
Motivi per rendere il denaro meno caro obiettivamente oggi non se vedrebbero al di là dell’Atlantico. L’economia americana è infatti una locomotiva lanciata a velocità sostenuta. La disoccupazione continua a declinare ben al di sotto dei valori strutturali. Nel secondo trimestre del 2019 il PIL ha registrato un incremento del 2,1% dopo il +3,1% del trimestre precedente. La lettura è migliore delle attese degli analisti, che prevedevano un incremento meno marcato all’1,8%. Disaggregando il dato emerge come la componente dei consumi sia stata particolarmente brillante: le spese per consumi hanno registrato un progresso del 4,3% dopo il +1,1% del trimestre precedente. L’inflazione non desta al momento nessuna preoccupazione (+1,6). In passato, già in altre 16 occasioni la Fed ha tagliato il Fed Funds rate con il mercato sui massimi. Dopo 12 mesi lo S&P 500 si è collocato SEMPRE a livelli superiori.
Ovviamente sotto il tappeto gli americani nascondono parecchia sporcizia.
La curva rappresentata dal tasso del decennale meno il tasso dei Federal Funds è scesa, per la prima volta dopo dodici anni, sotto la linea dello zero (in verticale sono indicate le crisi innescate in passato da un evento simile).
Per carità, è vero pure che il mondo finanziario è cambiato tanto nell’ultimo decennio.
Le Banche Centrali, una volta entità astratte ed immateriali, presidiano oggi come cerberi tutti i segmenti del mercato avendo fatto dell’intervento monetario la regola e non più l’eccezione.
Vedremo come il prossimo anno reagiranno al declino della Yield Curve 2 anni/10 anni di seguito postata.
Inoltre, secondo i dati della Federal Reserve , negli ultimi nove anni le aziende statunitensi, grazie proprio alla grande abbondanza di liquidità, hanno speso 3,8 mila miliardi di dollari per acquistare azioni proprie. Non v’è dubbio che i cc.dd. buy-back siano operazioni destinate ad incoraggiare una visione di breve termine da parte del management e tendano ad alterare l’utile per azione (che può essere spinto al rialzo in maniera artificiale) e le altre metriche utilizzate per calcolare la redditività e il valore di una società.
Ma non è questa oggi la sede per affrontare tali problematiche né lo scopo del presente studio.
Che invece si propone di valutare se la tendenza secolare al ribasso dei tassi Usa possa volgere, relativamente parlando, al termine.
Prendiamo in considerazione il tasso sul quinquennale Usa.
Nel chart che segue, adottiamo un time frame mensile, a cui aggiungiamo un Rsi a 14 periodi, un Macd classico (12, 26, 9)c e un Roc (Rate of change) settato a 12 periodi.
Per chi non lo avesse presente, il Rate of Change (ROC) è un indicatore di Momentum che misura il cambiamento percentuale del prezzo nel periodo di riferimento. Viene calcolato confrontando il prezzo attuale con il prezzo di “n” periodi indietro. Con i valori così calcolati, viene generato un indicatore che fluttua al di sopra e al di sotto della linea dello zero, a seconda che assuma un valore positivo o negativo.
L’esistenza di una tendenza secolare al ribasso del tasso è fuori discussione. Il grafico parte dal 1997 ma l’inizio della sequenza è ben più antica.
Cosa possiamo osservare?
  1. Detta tendenza, caratterizzata da massimi e minimi decrescenti, si è interrotta tra il 2012 e il 2013 con inversione ben visibile tra il 2016 e il 2017, periodo in cui si è registrato il primo minimo crescente.
  2. Ogni volta in cui il Roc è sceso abbondantemente sotto la linea dello zero (tra il -40 e il -20), si è innestata una reazione al rialzo. Dal 1997 ne contiamo almeno nove. Se ciò è vero, la decima potrebbe essere in fase di gestazione e spingere il tasso sul quinquennale al rialzo. Anche l’Rsi sta per produrre un flesso positivo.
Poiché una rondine non fa primavera, ho inteso dare una occhiata al tasso sul decennale e sul ventennale Usa. Entrambi i grafici che seguono sono settati come il precedente.
Cosa dire?
Anche in questi altri due scenari, tra il 2016 e il 2017 sembra essersi prodotta l’inversione della tendenza al ribasso. L’Rsi e il Roc hanno disegnato figure di reazione identiche a quelle viste sul quinquennale.
Conclusioni:
se, e solo se, i tassi rispetteranno le linee orizzontali di supporto/resistenza che ho tracciato su ciascun grafico, esistono buone probabilità di vedere salire i tassi Usa nel medio termine. Per quanto ciò possa apparire al momento un’ipotesi remota.
All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

Cosa sono criptovalute e blockchain e dove comprare Bitcoin

Criptovalute, Valute Digitali, Blockchain, Bitcoin: ecco termini che, giorno dopo giorno, diventano sempre più presenti nell’informazione quotidiana.

Termini, ma soprattutto concetti, con i quali bisogna inevitabilmente prendere confidenza per non restare indietro.

Cosa sono le criptovalute?

“Cercherò di rispondere alla domanda nella maniera più semplice possibile. Non me ne vogliano, pertanto, i colleghi più esperti e i lettori più esigenti.

Le criptovalute (o criptomonete o cryptocurrencies) sono valute digitali o virtuali create per essere utilizzate come strumento di scambio senza utilizzare le banche. E’ questa l’idea rivoluzionaria partorita nel 2008 da Satoshi Nakamoto, uno pseudonimo ancora misterioso dietro cui si nascondono uno o più informatici (non si esclude nemmeno lo zampino della CIA o dell’NSA) che hanno creato il bitcoin, la prima delle criptomonete, basandosi sulla tecnologia blockchain”.

Vogliamo chiarire ancora di più?

“Le cryptocurrencies sono dunque sistemi con unità di pagamento concepiti esclusivamente in forma digitale. Detti sistemi adoperano la crittografia per verificare e rendere sicure le transazioni, nonché controllare la creazione di nuove unità di criptovaluta. La crittografia non dà solo il nome, ma è anche la disciplina decisiva ai fini della sicurezza delle criptovalute. Dietro a questo concetto si nasconde infatti la scienza che si occupa della cifratura e della protezione generale di dati e informazioni. Entrambe sono indispensabili per un sistema di pagamento senza contanti e senza controllore”.

Chi certifica allora la correttezza delle operazioni effettuate in criptomonete?

“Direttamente il mercato, cioè tutti i singoli fruitori. Cercherò di spiegarmi meglio. Nakamoto (chiunque esso sia) aveva un chiodo fisso, tagliare fuori dalle transazioni finanziarie le banche (ma anche i governi). La maggior parte delle criptovalute si basa dunque su una struttura decentralizzata: non solo la generazione di nuove unità ma anche le singole operazioni vengono eseguite in modalità collettiva, in cui più partecipanti le controllano e le controfirmano sul rispettivo sistema. La comunicazione ha normalmente luogo mediante una rete peer-to-peer (in forma abbreviata P2P, cioè da pari a pari) in cui tutti i computer hanno gli stessi diritti: ogni dispositivo collegato è sia client che server. Ecco abolita così la figura dell’ente regolatore (la banca o lo Stato) che sovrintende alle operazioni di pagamento, con abbattimento quasi totale dei costi di transazione”.

Come fanno gli utenti a verificare cosa accade?

Se ogni singolo utente può partecipare attivamente al network, questo è possibile grazie alla blockchain, un registro pubblico, digitale e immodificabile, di tutte le transazioni avvenute nella rete. Di conseguenza, gli utenti possono verificare in qualsiasi momento il bilancio di ogni singolo account. Sostanzialmente, qualsiasi rete di criptovalute si basa sul totale consenso – verificato e verificabile in eterno – dei partecipanti riguardo alla legittimità dei bilanci e degli scambi.

In sostanza, è proprio l’uso della crittografia e della rete blockchain a rendere ridondante la presenza di un agente regolatore di terze parti”.

Che cos’è la Blockchain?

Come anticipato brevemente, è un database distribuito che sfrutta la tecnologia peer-to-peer e chiunque può scaricarlo dal web, https://bitcoin.org/bin/block-chain/ diventando così un nodo della rete. In altre parole è il libro contabile in cui sono registrate tutte le transazioni fatte in bitcoin dal 2009 ad oggi, transazioni rese possibili dall’approvazione del 50%+1 dei nodi. Un sistema di verifica aperto che non ha bisogno del benestare delle banche per effettuare una transazione.

I dati relativi agli scambi sono salvati all’interno di blocchi crittografici, collegati in maniera gerarchica l’uno all’altro. Si viene così a creare un’infinita catena di blocchi di dati (di qui il nome blockchain) che consente verificare tutte le transazioni effettuate“.

Quali sono le principali caratteristiche della tecnologia blockchain?

  • immutabilità del registro;
  • tracciabilità delle transazioni;
  • alto livello di sicurezza basato su tecniche crittografiche.

Cosa sono i Bitcoin e quanto valgono?

“I bitcoin, come detto, sono la prima e certamente più famosa moneta virtuale. ll loro valore è determinato, al pari di ogni altro tipo di asset finanziario, dall’incontro tra domanda e offerta. Nel momento in cui parliamo 1 bitcoin è quotato circa 7000 euro. Tuttavia il bitcoin non è l’unica moneta virtuale.

Sono nati infatti concorrenti di tutto rispetto che hanno ripreso il concetto della blockchain e lo hanno applicato in maniera differente. Mi riferisco alle cosiddette “altcoin“, monete alternative, distribuite e utilizzate in nicchie e ambiti particolari. Binance Coin, Ripple, Eos, Litecoin, Tether, Monero, Dash. Dietro ci sono algoritmi e protocolli differenti, alcuni che potenziano la sicurezza, altri pensati per ottimizzarne l’estrazione digitale, altri per occuparsi della loro registrabilità.

Come si acquistano i Bitcoin?

“Per poter acquistare bitcoin (ma lo stesso vale per ogni altra criptovaluta) principalmente due alternative:

  • è possibile aprire un portafoglio/conto virtuale (denominato wallet) presso Coinbase, ad esempio, e procedere all’acquisto delle monete virtuali. Quasi tutti i servizi di questo tipo offrono un’app per smartphone che rende molto più semplice e diretta la gestione del proprio account. Con il proprio wallet, dopo un processo di verifica dell’identità, si possono acquistare, vendere e conservare bitcoin e altre criptovalute.
  • Un altro metodo, più veloce e di più semplice gestione, è quello di acquistare i bitcoin sotto forma di Cfd (Contract for Difference, ovvero Contratto per Differenza, una forma sintetica di sottostante) registrandosi velocemente su una piattaforma di trading come XM.COM, il broker che rappresento, presente in 196 paesi del mondo (miglior broker d’Europa per il 2018). Qui le monete virtuali si possono negoziare 24 ore su 24, al pari di ogni altro strumento finanziario, secondo gli stessi principi di trading che regolano azioni, indici, valute e materie prime”.
  • Chi fosse interessato a impratichirsi senza rischiare nulla, può aprire un conto demo cliccando sul seguente link .

IL CICLO PRESIDENZIALE E GLI INDICI

E’ estremamente probabile che tutti i miei elettori siano già consapevoli
dell’influenza che il ciclo elettorale statunitense ha sul mercato azionario a stelle e
strisce. Ciò non di meno rispolvereremo alcuni concetti basilari per adattarli al
momento attuale.
Il grafico seguente illustra il predetto ciclo quadriennale con riferimento al
comportamento mediano del DJIA a partire dal 1900.

Negli ultimi 116 anni, il DJIA ha registrato in media le migliori performance durante
gli anni elettorali e pre-elettorali (è il nostro caso); mentre il mid-term è il periodo
solitamente più debole. In effetti il 2018 è stato un anno da dimenticare per i
mercati Usa, mentre quello attuale promette, ALLO STATO, di lasciare un buon
ricordo di sé agli investitori. Al netto delle fisiologiche prese di beneficio come
quelle a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni.
L’Sp500 e il Nasdaq – come avevamo pure intuito nel nostro ultimo briefing di fine
marzo – sono riusciti infatti a ritoccare i loro massimi di sempre. Lo stesso hanno
fatto altri indici esotici. L’Europa da questo punto di vista si è mostrata molto più
attardata. Nessuno degli indici principali (Mib, Dax, Cac e Ibex, vedi figura
seguente) ha fatto segnare nuovi massimi. Ma le soddisfazioni per gli investitori
non sono mancate visto che il bilancio da inizio anno è ancora ampiamente
positivo.

Il fenomeno in sé non può destare meraviglia visto che le rispettive macchine
dell’economia sono mosse da motori completamente diversi.
L’America continua a sfornare dati macro sorprendenti (anche troppo, molto più in
là non credo sia possibile andare) mentre l’Europa arranca sotto il peso di odiosi
fardelli: una unione politica ed economica mai realizzata, l’invecchiamento della
popolazione e il conseguente calo della produttività, la manifesta incapacità di
dominare le tecnologie più innovative. Osservando quanto accaduto tra il 1950 e il
2014 nei paesi europei, si è riscontrato che a un aumento del 5% nella quota di
lavoratori 55-64enni, la produttività complessiva del lavoro è diminuita del 3%.
Come possibili antidoti, gli economisti suggeriscono interventi per migliorare la
qualità dei servizi sanitari (e dunque la salute di lavoratori sempre più anziani),
politiche attive per il lavoro focalizzate sulla formazione permanente, un taglio del
cuneo fiscale sul lavoro, investimenti in ricerca e sviluppo. Ma l’Unione Europea si
mostra sorda a questi rimedi. Parimenti si rivela incapace di creare – o incentivare
la creazione di – nuovi sistemi in grado di avere un impatto positivo sulla vita
economica, sociale e sulla sicurezza dei paesi membri.
Ricordiamo che la nascita di una nuova tecnologia dipende sostanzialmente da tre
fattori:

1. l’acquisizione di nuove conoscenze;
2. la loro utilizzazione per creare nuovi strumenti o modi d’agire (lo “sviluppo”
della tecnologia);
3. la diffusione della tecnologia una volta sviluppata, i problemi etici e sociali
sollevati dalla sua applicazione.
Nulla di tutto ciò viene nemmeno tentato da Bruxelles, che ha subìto invece – al
pari di un qualsiasi apparato bancario – la “finanziarizzazione” delle sue funzioni.
Ogni manovra o ragionamento ha come punto di partenza ed epilogo il settore bancario. Che oltretutto pesa sfavorevolmente sui nostri listini tradizionalmente
zeppi di banche e poveri di industrie.
Oltre oceano, invece, hanno compreso da lungo tempo che l’hi-tech è il settore
strategico in assoluto. Anche perchè è l’indicatore forse più significativo del
benessere economico di un paese. Il 20% dei beni scambiati ogni anno tra i
vari paesi è ad alta tecnologia. E il settore è fortemente in crescita: è aumentato
di 5 volte tra il 1990 e il 2016. Oltre un quarto dell’export di beni ad alta tecnologia
avviene a opera della Cina (compresa Hong Kong). Ben 9 paesi tra i 20
maggiori esportatori sono asiatici. Non ci si può stupire quindi del fatto che
Trump percepisca il Celeste Impero come il nemico pubblico numero uno. Se i
mercati azionari europei hanno avuto l’andamento mostrato nel grafico
precedente, la spiegazione va ricercata anche nel fatto che l’hi-tech in Francia
rappresenta il 30% dell’export totale, in Germania il 20% mentre in Italia e in
Spagna non si va oltre il 10%. Ragion per cui il futuro (soprattutto quello dei nostri
figli) non è nel vecchio continente ma nel sud-est asiatico. Ci piaccia o non ci
piaccia la loro cucina.

Senza volerlo abbiamo introdotto il tema dei negoziati sui dazi tra Stati Uniti e
Cina che, al momento, risultano interrotti con imposizione da parte americana di
quelle tariffe che erano state sospese lo scorso dicembre. La scelta di Trump è
stata punita con la peggiore settimana che l’anno in corso abbia visto sui mercati
finanziari. I principali perdenti della settimana sono stati, manco a dirlo, i titoli
tecnologici sensibili al commercio internazionale. Quanta ulteriore
debolezza/volatilità potrà ancora tollerare il candidato al prossimo mandato?
Crediamo non molta. Anche perchè la Cina ha disertato scientemente ben due
aste consecutive di titoli di stato: quella del 7 maggio (il giorno dopo l’annuncio
di nuovi dazi da parte di Trump) quando il Tesoro ha chiuso con un fiasco il
collocamento di 38 miliardi di titoli a 3 anni, e quella dell’8 maggio su 27 miliardi di
dollari di bond decennali.
Se il presidente Xi voleva inviare un messaggio agli Stati Uniti sulle conseguenze
finanziarie di una guerra commerciale a colpi di dazi, è chiaramente riuscitO nel
suo intento.
Nel grafico successivo abbiamo miscelato insieme gli indicatori di volatilità
sull’Sp500, sul Nasdaq, sul Dax e sull’Eurostoxx.

La fiammata di qualche giorno fa potrebbe rientrare completamente nel corso
dell’attuale mese. E se anche dovessero arrivare successivamente degli ulteriori
minimi (non mi sentirei di escluderlo), per tutto quanto sopra detto sarebbe ALLO
STATO poco probabile che il 2019 si chiuda con risultati molto deludenti. Gli
shortisti di lungo corso se ne facciano una ragione.
Siamo pur sempre in presenza del secondo ciclo economico più esteso
nella storia degli Stati Uniti d’America dal 1854. E se la crescita dei
fondamentali Usa dovesse proseguire oltre maggio 2019, diverrebbe il ciclo
più longevo di tutta la storia americana. La earnings season del primo trimestre
volge al termine, con l’80% delle società dell’Sp500 che ha riportato risultati
migliori delle previsioni degli analisti (che mestiere ingrato quello dell’analista!).
Il rischio di earnings recession, che pure avevamo paventato ad inizio anno,
sembra per il momento scongiurato. Se ne può concludere che avvisaglie di
recessione economica non faranno capolino prima di 12-18 mesi.

Al netto di probabili e salutari correzioni come quella in corso – la Ema 200 passa
a 2770 di Sp500, a 7150 di Nasdaq 100, a 11870 di Dax e a 20700 di Mib
(ATTENZIONE a quest’ultimo listino! E’ pericolosamente vicino alla sua media
mobile a 200 periodi) – il buon senso indurrebbe a dare ancora moderata fiducia
all’equity, per lo meno a quella al di là dell’oceano.
Dall’osservazione del grafico settimanale dell’Sp, notiamo che l’EMA a 20 periodi
(linea verde) ha per ora ben intercettato la caduta dei prezzi.
La quale ha trovato anche il forte supporto dei 2823 punti che in passato aveva
creato all’indice non poche difficoltà.

La risalita dai minimi di dicembre 2018 è stata indubbiamente folgorante.
E’ probabile adesso che il ritmo divenga più quieto a meno che Trump non forzi la
mano sui trattati sino-americani. Oppure che il suo omologo cinese non si lasci
tentare dal sottile piacere di prolungare la vendetta.
Intuitivamente, si suonerebbe tutta un’altra musica al di sotto dei sopra citati
supporti.

L’indice dell’usd ci restituisce l’immagine di una valuta forte che tuttavia lavora
silenziosamente alla formazione di un wedge ribassista. Nel breve termine, nel
peggiore dei casi, mi aspetterei al più il classico ritorno sulla base inferiore del
canale (96,70-96). L’alternativa rialzista consente di ipotizzare la formazione di un
doppio massimo in area 98,30.

L’osservazione del grafico del Gold consente una pluralità d’interpretazioni:
1. prezzo ingabbiato in un canale fortemente ribassista;
2. prezzo ritornato in un canale moderatamente rialzista originatosi nell’agosto
del 2018;
3. prezzo vicino alla neckline di un probabile H&S ribassista la cui negazione
riporterebbe i prezzi in area 1380-1390; al contrario la sua attivazione
rispedirebbe i prezzi intorno ai 1210-1220 dollari l’oncia.
La verità incontestabile è che il prezzo è compresso tra l’EMA 50 e quella 200 (+
quella a 320 periodi) che distano tra loro scarsi 10 punti.
L’attesa dunque è quanto mai d’obbligo.

A chi vorrà ritornare su queste valutazioni e discuterne con noi di persona,
propongo un doppio appuntamento live:
3 giugno 2019: Lama (TA), ore 09:00-18:00, in compagnia di Sante Leone;
15 giugno 2019: Roma, ore 09:00-18:00, in compagnia di Enrico Gei.
Per info e prenotazioni, potete scrivere a moschella.massimo@gmail.com.

All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

LA TOKENIZATION E LE STO

Si sente parlare sempre più spesso di token come di una forma di finanza alternativa.
In termini molto generali – e cercando di condensare le numerose definizioni nate alle diverse latitudini del globo – un token è una rappresentazione digitale di valore che conferisce al possessore dello stesso un diritto di proprietà sull’informazione stessa – proprietà che è registrata su una blockchain o altro registro distribuito – può essere trasferita tramite un protocollo ed, infine, può o meno incorporare altri diritti addizionali governati da smart contracts[1].
In parole più povere, un token ha le stesse proprietà di base di una criptomoneta (sicurezza, trasferibilità, ecc), tuttavia non è un elemento strutturale della blockchain e può quindi essere usato per rappresentare un bene, un diritto, un “qualcosa” legato al mondo reale, esterno alla blockchain.
La letteratura individua diverse classi di token, ma oggi ci soffermeremo in modo particolare sui Security Token (o token asset-backed) e loro impieghi. Questi, per farla breve, potrebbero essere sussunti in quelli che il nostro ordinamento definisce titoli di credito (o, se preferiamo, strumenti finanziari o securities tradizionali), che, secondo l’art. 1992 c.c., conferiscono al possessore “diritto alla prestazione in esso indicata verso presentazione del titolo”, nelle varie tipologie di titoli cambiari, titoli obbligazionari o di prestito, titoli di partecipazione, titoli rappresentativi di merci e documenti di legittimazione. La principale differenza tra securities tradizionali e security token è che questi ultimi sono per l’appunto tokenized, ovvero gestiti attraverso smart contracts su una piattaforma blockchain.
I security tokens, come detto, sono riconducibili a prodotti finanziari (quali azioni, derivati ecc.) per cui le relative ICO sono soggette alla normativa finanziaria e l’emittente dovrà dotarsi di un prospetto informativo ed effettuare le previste comunicazioni ai pubblici regolatori. Infine, l’emissione e la gestione del security token sono certamente soggetti alla normativa sull’antiriciclaggio del denaro.

Per comprendere meglio la valenza del token è tuttavia necessario sapere cos’è una Ico. Essa è l’acronimo di Initial Coin Offering, termine che, tradotto in italiano, assume il significato di offerta iniziale di monete. Si tratta di una forma di investimento di recente diffusione utilizzata da soggetti intenzionati a collocare capitali in nuovi progetti, solitamente proposti da startup.

Le ICO trovano applicazione soprattutto per finanziare iniziative di creazione e sviluppo delle criptovalute. In questo caso, il finanziamento avviene per lo più mediante l’utilizzo di altre,criptomonete, quali Bitcoin o Ethereum, a loro volta agevolmente convertibili in valute tradizionali.
In cambio del contributo versato per l’avvio della startup, gli investitori ricevono una certa quantità di tokens, che, nel caso di progetti riguardanti le criptovalute, costituiscono il titolo per acquisire, in futuro, una quota parte della nuova valuta virtuale lanciata sul mercato. Per semplificare il concetto e renderlo paragonabile ai metodi più tradizionali di acquisizione di capitali, si può dire che le ICO funzionano in maniera simile alle operazioni “pronti contro termine”. L’investitore, infatti, versa a favore del progetto una certa quantità di Bitcoin, Ethereum o altra valuta digitale (pronti) e, alla scadenza della ICO (termine), riceverà l’entità di nuova criptovaluta immessa sul mercato, proporzionale al finanziamento effettuato.

Il successo dell’investimento è necessariamente legato all’andamento del valore della nuova criptomoneta sul mercato di riferimento. Le Ico sono dunque una forma innovativa di finanziamento caratterizzata dall’uso della tecnologia blockchain con la quale un’azienda reperisce risorse finanziarie in modo spesso alternativo al crowdfunding.
In sostanza, l’azienda che ha un’idea di business può creare un certo numero di “gettoni”
denominati token che vende sul mercato a un determinato prezzo.
Una Initial Coin Offer, quindi, può essere considerata anche una promessa, possibile tramite gli smart contract, di restituire i capitali raccolti tramite dei token. L’azienda rilascia un white paper contenente il suo business plan e chiede, sulla base dello stesso, di essere finanziata. In cambio del finanziamento rilascerà agli investitori dei token.
Nonostante gli oltre 14 miliardi di dollari raccolti nel mondo, le Ico sono ancora generalmente poco regolamentate (e comunque con grosse differenze da paese a paese) e quindi espongono, in teoria, coloro che acquistano i relativi token al rischio significativo di non vedersi restituire i capitali impiegati, in tutto o in parte.
L’elevato rischio connesso all’assenza di una regolamentazione internazionalmente condivisa, ha determinato la nascita di una nuova pratica.
Si tratta delle Sto (Security Token Offerings).
Pur essendo più ridotto di quello delle criptocurrencies, il mercato dei security tokens è in rapida crescita e continua espansione.
Solo per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, negli Stati Uniti ci sono state Sto per un valore complessivo di circa un miliardo di dollari e si prevede che il relativo mercato crescerà fino a circa quattromila miliardi entro 6-7 anni.
Solo questa mi appare una buona ragione per occuparsi più da vicino del fenomeno e delle sue già molteplici applicazioni.
Possiamo a questo punto riconfigurare i security tokens come securities tradizionali ma basati su una infrastruttura tecnologica molto più efficiente. La stessa permette di realizzare una vasta serie di applicazioni, molte delle quali tuttora poco esplorate.
Tra queste, ci sono le programmable securities, che rappresentano senz’altro una delle
opportunità più relevanti introdotte dai security token. Determinati diritti incorporati nelle securities, come il diritto al pagamento dei dividendi e il diritto di voto, possono essere programmati nello stesso titolo ed essere automatizzati (per esempio, dividendi mensili). Inoltre, grazie alla tecnologia blockchain, la proprietà delle tokenized securities diventa immutabile una volta registrata su di un ledger decentralizzato. Questo consente il trasferimento istantaneo di titoli da un proprietario all’altro a costi relativamente bassi.
I costi di emissione, scambio, sottoscrizione, reporting e compliance possono essere
significativamente ridotti a causa dell’automazione di tali processi; e gli investimenti più ingenti possono essere frazionati in quote di minore entità, consentendo il co-investing. Infine, grazie al
ledger decentralizzato, tutte le operazioni relative ai security tokens sono visibili, rendendo più difficili manipolazioni e corruzione.
Non vi è dubbio che, al momento, le migliori possibilità di applicazione risultano nel comparto del real estate, dove, allo stato, sono state realizzate solo tre tokenized real estate offerings. Ma grosse iniziative bollono in pentola. E’ stato per esempio è stato annunciato che il fondo immobiliare newyorkese Leaseum Partners ha firmato un deal con Tokeny, società fintech lussemburghese, per l’utilizzo della sua piattaforma per la creazione e la gestione di token con l’obiettivo di lanciare un tokenized real estate portfolio del valore di 250 milioni di dollari focalizzato sulle rendite di proprietà commerciali nella città di New York.
Alcune società svizzere lavorano alacremente anche alla tokenizzazione dell’oro fisico.
Ma non finisce qui.
La tokenizzazione di assets, infatti, sta diventando, a giusta ragione, l’attività più praticata ad ogni angolo del globo.
Essa può essere definita come il processo di rappresentazione frazionata dell’interesse
proprietario in un asset con un token basato su blockchain.
Espresso in altro modo, è il processo di conversione frazionata dei diritti di un bene in un token digitale all’interno di una blockchain.
Per banalizzare il concetto, la proprietà di un qualsiasi bene è divisa in “azioni” e le “azioni” vengono tokenizzate.
La asset tokenization può essere applicata a numerose altre categorie di beni, oltre quelli
immobiliari, per incrementare la liquidità di settori attualmente pochi liquidi ed offrire nuove opportunità di investimento ai piccoli investitori.
Questa nuova modalità di rappresentazione digitale della proprietà di beni tangibili su
piattaforma blockchain ha già preso piede anche nel mondo dell’arte, per esempio.

Un dipinto di Warhol è stato recentemente tokenizzato e venduto all’asta per 5.6 milioni di dollari attraverso la piattaforma blockchain Ethereum.
Tra gli altri beni che potranno essere rappresentati da security tokens ci sono frazioni di azioni, Etf, Index funds, e, aggiungo io, i debiti pubblici.
Per capire cosa si può tokenizzare, facciamo qualche esempio.
– Esempio 1
Se si intende cartolarizzare un asset di valore elevato (ad esempio immobiliare) e vendere quote di proprietà ai piccoli risparmiatori, è necessario inserire l’asset in un fondo, le cui quote permettono di frazionare la proprietà dell’asset. Tokenizzare un fondo immobiliare vuol dire associare ogni quota a un token.
Ad esempio, se il fondo prevede diecimila quote, vengono creati diecimila tokens.
Il primo vantaggio di questo tipo di tokenizzazione è quello di aumentare la liquidità del fondo, allargando la platea dei potenziali investitori. I tokens usati per questo processo sono detti fungibili, il che vuol dire che ognuno dei diecimila tokens assicura gli stessi diritti.

Come delle monete fisiche, qui tutti i tokens hanno lo stesso valore e sono intercambiabili.
Per il nuovo stadio della Roma si parla di investimenti che sfiorano i 2 miliardi di euro effettuati da privati e che coinvolgeranno anche un museo, un centro commerciale, i campi di allenamento, spazi verdi e piste ciclabili a fare da contorno al terreno di gioco.
Ora, attraverso una applicazione decentralizzata, possiamo creare un token che al momento chiameremo ROMBIT e al quale assegneremo simbolicamente un valore di 1 euro; in questo modo avremo 2 miliardi di ROMBIT che metteremo in vendita. Chiunque nel mondo può comprarli e possedere una quantità molto piccola di questo nuovo stadio. Ma a cosa dà diritto questo token? Dà diritto a ciò che è stato specificato nello smart contract a cui è collegato il token. Per esempio, un valore che rappresenta la partecipazione ai dividendi generati dallo stadio (dunque un security token).
La tokenizzazione dei beni fisici può dunque dare immediata liquidità al mercato sottostante. È simile al processo di cartolarizzazione dei mutui, processo attraverso il quale le banche eliminano – o riducono fortemente – il rischio di insolvenza.
In questo caso le banche non fanno altro che vendere mutui impacchettati a terzi – fondi,
società, ecc. – che a loro volta li collocano tra gli investitori.
La cosa interessante è che con questo sistema è possibile separare il valore economico di un bene reale dal suo diritto di proprietà. Con la creazione di un mercato per la vendita dei tokens – che è un mercato puro perché intervengono solo la domanda e l’offerta – e il fatto che i tokens sono altamente divisibili e universali, all’aumentare della domanda si ridurrebbe significativamente lo sconto di illiquidità associato al mercato immobiliare.
– Esempio 2

È possibile tokenizzare anche asset unici, non fungibili, come ad esempio documenti di identità, carte fedeltà nominative, buoni acquisto, biglietti numerati per eventi, ecc. In questi casi, ogni asset è associato al possesso di un singolo token, non fungibile, con caratteristiche che lo rendono unico. Negli esempi citati, il token non sarà trasferibile perché l’asset è strettamente personale. I vantaggi della tokenizzazione per questi asset sono legati alla possibilità di portare con sé in un wallet mobile un documento di identità a prova di contraffazione.
Esempio 3
A Malta una società privata, Neufund, in collaborazione con uno dei più grandi exchange di criptovalute del mondo, Binance, e la Borsa di Malta stessa, sta lavorando ad uno “stock exchange” totalmente tokenizzato.
La tokenizzazione della borsa consente di creare una piattaforma decentralizzata,
ovvero un’infrastruttura per scambiarsi azioni che non è di proprietà di nessuno.
O, meglio, è di proprietà di tutti. Quindi ad esempio al riparo da ogni tipo di manipolazione che non sia quella “naturale” del mercato.
Per poter fare ciò bisogna “trasformare” le azioni delle aziende in tokens. La società Neufund si sta occupando proprio di trovare un modo, legale e regolamentato, per fare ciò.
Quando ci riuscirà, queste potranno essere scambiate liberamente da tutti, in tutto il mondo, sull’exchange decentralizzato che sta sviluppano Binance (che oramai ha sede proprio a Malta).
E’ facile immaginare che la tokenizzazione delle azioni, che le rende scambiabili su piattaforme globali decentralizzate, diventi prima o poi comunque inevitabile, e che in futuro moltissime società anche tradizionali sceglieranno questo modo per piazzare le loro azioni sul mercato.
In altri termini, la tokenizzazione della borsa potrebbe non essere solo un esperimento
informatico, o un curioso caso di adozione delle tecnologie che stanno alla base delle
criptovalute, ma potrebbe anche costituire il primo caso concreto di vera e propria
tokenizzazione dei mercati finanziari riferiti ad ogni tipo di asset class. Infatti gli exchange di criptovalute seri, come Binance, hanno dimostrato di funzionare molto bene, e nel caso di un exchange decentralizzato globale la portata di questa rivoluzione nel settore finanziario potrebbe essere enorme.
Immaginate tutte le borse valori, e i mercati secondari dei titoli governativi e obbligazionari del mondo, collegati tra di loro in un’unica piattaforma mondiale non posseduta e non gestita da nessuno perchè si gestisce da sola… (come ad esempio fa Bitcoin).
Dunque, se è vero come è vero, che la tokenizzazione incrementa la liquidità, non mi appare peregrina neppure l’ipotesi di tokenizzazione dei titoli del debito pubblico italiano, di fatto illiquidi in assenza dei riacquisti volontari della Bce e forzosi delle banche italiane.
Fatte le necessarie premesse linguistiche, alle stesse va aggiunto un importante corollario: non risultano studi scientifici noti che abbiano preso fino ad oggi in considerazione l’ipotesi in premessa.
Poichè ci addentriamo in Terra Incognita, l’argomento pare meritevole di una trattazione
separata ed ulteriore rispetto alle presenti riflessioni.

All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

GLI EFFETTI DISTORSIVI DEI BASSI TASSI D’INTERESSE

La politica monetaria, correttamente interpretata, ha le sue ragioni d’essere. Che gli economisti e gli addetti ai lavori ben conoscono. E che i presidenti farebbero bene a rispettare.

In America i tassi d’interesse restano ben al di sotto del loro livello “neutrale”, stimato al 3%. Si tratta del tasso che non sosterrebbe né deprimerebbe il pil Usa in questa fase.

Oggi invece la Fed mantiene il saggio d’interesse a livelli troppo accomodanti, ovvero continua a stimolare un’economia già di gran lunga stimolata (le richieste iniziali di disoccupazione sono al livello più basso degli ultimi 45 anni, ad esempio).

Bassi tassi d’interesse mantenuti per lungo tempo rischiano di creare le condizioni per una crisi finanziaria ed economica. Abbiamo a lungo spiegato in passato gli effetti che essi hanno su azioni, obbligazioni e immobili.
Il denaro a basso costo sprona gli investimenti in questi comparti, sostenendone le quotazioni e alimentando una bolla. Man mano che i prezzi salgono, la disconnessione con i fondamentali diventa più stridente e, nel caso dei bond, spinge il mercato a puntare su titoli sempre più rischiosi al fine di assicurarsi un rendimento minimo accettabile.

Ma i bassi tassi producono effetti distorsivi anche sull’economia reale. Essi infatti, da un lato, stimolano gli investimenti perché rendono alle aziende i prestiti più convenienti. Dall’altro incentivano le famiglie a consumare di più poichè i loro risparmi vengono remunerati di meno. In ogni caso spingono imprese e famiglie a prendere in prestito piu’ di quanto non avrebbero altrimenti fatto.

Ciò determinerà in futuro minori risorse a disposizione per i consumi futuri e maggiori esposizioni debitorie per tutto il settore privato.. Per essere espliciti: con tassi al 3%, avremmo probabilmente risparmiato 300 euro al mese su uno stipendio di 2.000 euro netti. Con tassi azzerati, abbiamo preferito mettere da parte solo 100 euro, con il risultato che nel primo caso avremmo accumulato 3.600 euro in un anno, interessi esclusi, nel secondo appena 1.200. Cos’è successo? Poiché i risparmi odierni altro non sono che consumi futuri, i bassi tassi hanno innalzato i consumi odierni per comprimerli domani. Domani, per tornare al nostro esempio, avremo 2.400 euro in meno da spendere.

Perché mai lo stato dovrebbe preferire far anticipare i consumi? Perché a differenza di quanto tendiamo inconsciamente a credere, esso non è neutrale, ma animato da ragioni “parziali”: lo stato non è un ente super partes, bensì retto da partiti o personaggi politici che puntano ad essere rieletti e sono costretti, chi più e chi meno, a concentrarsi sul breve termine, anche al costo di intaccare le condizioni economiche future.
L’obiettivo diventa superare la prossima scadenza elettorale, per cui servono occupazione e crescita al massimo delle potenzialità, quand’anche ciò significasse una grossa crisi futura.

Tenere artificiosamente bassi i tassi, e per lungo tempo, segnala erroneamente alle imprese la maggiore convenienza a investire in un arco di tempo più lungo, visto che il valore attuale di un dato flusso di reddito atteso sale. Questo spinge fallacemente il mercato a puntare su un orizzonte temporale più lungo, il quale si rivelerà inevitabilmente errato quando i tassi torneranno al loro livello naturale, cioè quando verrà meno lo stimolo della banca centrale. A quel punto, le imprese scopriranno di essere rimaste imbrigliate in investimenti troppo lunghi, oltre che eccessivi nelle quantità.

Per concludere, i bassi tassi, per effetto dell’allentamento monetario, raccontano al mercato una BUGIA, che nell’immediato crea un equilibrio economico apparente ma che sarà seguito da gravi disequilibri futuri.
I maggiori consumi e investimenti di oggi verranno soppiantati da minori consumi e investimenti domani.
Ecco allora lo sforzo dei giapponesi e degli americani di mantenere più a lungo possibile lo status quo.

Ci riusciranno?
Ho i miei dubbi.

All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

IL PUNTO ALLA FINE DEL PRIMO SEMESTRE 2019

Alla scadenza del primo trimestre 2019, è opportuno un aggiornamento dei
ragionamenti fatti e condivisi finora con i nostri lettori, soprattutto col pubblico
presente in aula al recente seminario di Roma.
Come detto in apertura dello stesso, i tassi di crescita reale dell’economia, rispetto
al 2018, sono previsti in flessione sia per il 2019 che per il 2020.

E questo è un dato che si può ampiamente confermare.
Le releseas dei primi tre mesi dell’anno sono state sostanzialmente deludenti, con
la sola eccezione delle richieste di disoccupazione Usa che si candidano per il
concorso “le più basse di sempre”.

Esse infatti sono già le più contenute degli ultimi quarantacinque anni, inferiori, in
ogni caso, a quelle che diedero il via alle ultime cinque recessioni (zone
ombreggiate in azzurro).
A questo punto, qualcuno potrebbe legittimamente avere l’impressione che le
banche centrali siano riuscite a cancellare tutti i mali della società attuale,
recessioni comprese.
Non è così. Sono solo intervenute più pesantemente sul controllo degli aggregati
finanziari. Questa condotta è sì capace di esaltare i successi e mettere in ombra
le difficoltà dei sistemi economici, ma non per sempre.
Come si direbbe a proposito degli artifizi umani che deviano il corso naturale dei
fiumi, essi finiscono per avere un “pericoloso impatto sull’ecosistema fluviale e sul
territorio circostante”.
Manco a dirlo, una recente sentenza della Corte di Giustizia europea ha stabilito
che la deviazione del corso di un fiume può essere ammessa, in linea di principio,
se ci sono motivazioni di rilevante interesse pubblico come quelle per fini
idropotabili o irrigui. Tuttavia, nel caso di siti di importanza comunitaria, qualora
non intervengano adeguate misure di compensazione il progetto può anche
essere stoppato.
Il problema risiede nel fatto che la Banche Centrali non hanno avuto né mai
avranno un controllore o un giudice che valuti il loro operato. E dunque tirano
dritto senza timori di essere stoppate. Sarà l’ecosistema economico e finanziario a
rigurgitare, a tempo debito, le loro manovre.
Il grafico seguente ci dà un’idea generale dell’incidenza dei Qe sulla crescita dei
singoli assets. Senza l’inoculazione forzata di adrenalina, l’SP500 probabilmente
si aggirerebbe intorno ai 1200 punti. Che sarebbe comunque non poca cosa
considerati i livelli cui era pervenuto nel febbraio 2009 (circa 660).

Il Consumer Confidence Index ci racconta invece una storia parzialmente diversa.

Ci dice che l’attuale congiuntura economica non è riuscita a riprendere i massimi
di sempre segnati nel 2000. L’indice ha cozzato contro la resistenza statica
coincidente con i massimi del 1998 ed è tornato indietro. Adesso duetta con il
supporto rappresentato dai massimi del 2001 e, in caso di rottura, è facile
prevedere che si appoggerà sul supporto offerto dai massimi del 2002-2007. Sotto
il quale, imho, potrebbe scatenarsi un brutto temporale.

Devo poi una spiegazione e una precisazione a tutti coloro che hanno ascoltato il
mio intervento sulle curve dei tassi.
Nel seminario ho proposto il grafico seguente che racchiude, in un’unica
panoramica, tutte le curve dei tassi seguite dagli operatori economici.

Tutte le curve prese in considerazione, a fine febbraio, puntavano verso la linea
dello zero. La 5y-2y è stata la prima a varcare quella soglia e, dunque, ad
invertirsi (tassi a breve più alti dei tassi a lungo termine). In genere, a questo
punto, le altre curve seguono docilmente, sebbene con tempi propri.
Quello che è avvenuto a fine marzo lo riscontriamo nel chart che segue.

La curva 5y-2y si è ritratta e, con le altre, che nel grafico precedente venivano giù
a capofitto, ha preso ad appiattirsi!
Niente di più probabile che le BC, monitorando l’andamento di tutte le curve al pari
di quanto facciamo noi, abbiano deciso di intervenire comprimendo i tassi a breve
e lasciando correre quelli a lungo. In questo modo le curve si appiattiscono o
assumono di nuovo un andamento ascendente.
Ebbene si, possono fare anche questo!

CINA
L’arretramento più preoccupante, dicevamo, è sicuramente quello della Cina che
minaccia addirittura di scendere quest’anno sotto il 6% di Pil.
Tuttavia, con un atletico colpo di reni, il Pmi cinese si è riportato la scorsa
settimana sopra l’asticella dei 50 punti (tratto rosso sul grafico seguente). Tanto è bastato a fornire ulteriore propellente ai listini mondiali.

La Banca Centrale, vale la pena ricordarlo, per contrastare gli effetti del
rallentamento economico ben visibile soprattutto sul finire dell’anno passato, era
nuovamente intervenuta con forti iniezioni di liquidità (pari al 5% del Pil cinese)
alla fine del 2018 e con misure fiscali nei primi mesi del 2019.
Sembrano non interessare a nessuno gli squilibri finanziari che gravano sulla
struttura dell’economia dovuti ad un eccesso di credito erogato da grandi imprese
che fungono da shadow banking per il sistema delle PMI.
Due anni fa in Cina lo shadow financing – per molte imprese unica forma di
finanziamento – garantiva il 22% del credito complessivo; oggi non va oltre il 4%.
Ma per ora sembra andare a tutti bene così.
Evidenze grafiche incontrovertibili ci provengono però dall’indice Shanghai
Composite (tm mensile), reduce da un recupero a dir poco prodigioso.
Lo scorso anno aveva rotto la linea di tendenza rialzista originatasi nel 1996
contribuendo ad affossare tutti i listini mondiali.
Quest’anno l’indice ha recuperato quella trend e adesso prova a catapultarsi al di sopra della figura triangolare che potete tutti valutare.
L’abbrivio definitivo verrà fornito dal ROC a 18 mesi che sembra prossimo alla
rottura della sua trend, replicando la straordinaria vigoria dimostrata nel 2006.

Nell’ipotesi, è facile pronosticare anche il raggiungimento di target importanti,
come ad esempio i 4500 punti (+40% circa dai valori attuali). Potrebbero occorrere
un paio d’anni. Conditio sine qua non: una ripresa economica non balbettante.
USA
Passiamo agli States che, malgrado il rilascio di dati spesso non esaltanti,
continuano a sovraperformare gli altri listini mondiali.
Proponiamo un rapporto mensile tra lo Sp500 e l’Etf Vanguard Ftse All World al
netto delle azioni Usa (ex Usa).

Il Know sure thing oscillator (KST) elaborato da Martin Pring è un indicatore
tecnico (di tipo oscillatore) che viene utilizzato per determinare il momentum nei
trend azionari. Si tratta di un indicatore tecnico di tipo oscillatore, che fluttua quindi
sopra e sotto la linea dello zero, provvedendo a fornire segnali di trading basati
sulla divergenza con il prezzo e KST e i crossover delle linee del segnale. La
formula di questo indicatore tecnico, utilizza quattro differenti timeframes per
mostrare il momentum generale e non solo il momentum di uno specifico
timeframe.
Il rapporto raffigurato nel precedente grafico, che è superiore alla MA a 12 mesi, è
chiaramente in una fase di rialzo favorevole agli Stati Uniti e viene sostenuto da
un KST in ascesa. Tuttavia, questa relazione non è andata da nessuna parte
nell’ultimo anno, quindi dobbiamo chiederci se questa attività abbia raggiunto un
top o, in alternativa, stia consolidando prima di una nuova gamba di rialzo. La
differenza non è da poco. Se il rapporto rompe al rialzo, significa che dovremmo
continuare a concentrarci sugli Stati Uniti per i prossimi mesi. D’altro canto,un’inversione al ribasso suggerirebbe la necessità di una maggiore esposizione su
altri indici.

Il grafico successivo mostra la correlazione diretta tra il rapporto di cui sopra e
l’indice del dollaro.

Se si nutrono aspettative rialziste sul dollaro, allora sarà legittimo attendere il
break out del triangolo superiore.
L’indice grezzo dell’SP500 (tm settimanale) ci mostra la salita parabolica
innescatasi sul finire del 2018 e ancora in essere mentre scriviamo (5 aprile
2019).

Dopo i 2890, nel mirino ci sono ormai solo i massimi del 2018. La statistica ci
informa che, quando i primi due mesi dell’anno risultano così positivi, essi ci
restituiscono, a distanza di tre-sei mesi, ritorni positivi nell’ordine dei 3-10 punti
percentuali.
Dunque, al momento, l’ipotesi alla quale lavoriamo è quella di nuovi massimi.
Non vanno tuttavia esclude anche correzioni ; ma le stesse, almeno fino a
maggio-giugno, andranno intese come occasioni di acquisto. Poi l’andamento
degli indici potrebbe risultare più frastagliato.
E si perchè, se molti lo hanno dimenticato, viviamo, tra l’altro, l’anno americano
preelettorale che non ha mai restituito ritorni negativi.

Jerome Powell ha già dato tutta la sua disponibilità chinando sommessamente il
capo e rimandando sine die i rialzi dei tassi.

Quanto alle aspettattive macro anticipate dal Cesi, l’indice delle sorprese
economiche, esse appaiono talmente compresse che
qualunque prossimo dato nei mesi a venire sarà salutato con favore.

GOLD

L’oro si trova al momento alle prese con importanti resistenze, nell’ordine: 1312,
1334, 1360. Il momento ciclico sembra tuttavia propizio. La positività dell’equity, in
uno alla forza del dollaro Usa, non sono riusciti a debilitarlo più di tanto.

Dunque non lo shorterei.

Nel chart che segue, tm monthly, individiamo facilmente la resistenza statica che
ha contenuto i tentativi di rialzo del prezzo dal 2014 ad oggi. Essa è posizionata
intorno a 1360. Tuttavia la situazione, a partire da quell’anno, è andata lentamente
migliorando. Il PMO (Price Momentum Oscillator) nel 2014 era sostenuto, oggi
invece lo si raccoglie col cucchiaino, mentre il ROC, negativo del 2014, è oggi più
che positivo. Insomma il Gold potrebbe essere chiamato ad un upgrade
significativo.

All the best

dott. Massimo Moschella
dott. Gian Michele Moschella

TASSI, ASSICURAZIONI E CASSI

La European Insurance and Occupational Pensions Authority (EIOPA) è un organismo dell’UE che dal 1º gennaio 2011 ha il compito di monitorare il mercato assicurativo europeo. A essa partecipano tutte le autorità di vigilanza assicurativa dell’Unione europea. Le responsabilità principali di quest’organismo sono:

  • il sostegno della stabilità del sistema finanziario,
  • la trasparenza dei mercati e prodotti finanziari,
  • la tutela di contraenti, membri e beneficiari dei sistemi pensionistici.

L’EIOPA è altresì incaricata di individuare le tendenze, i rischi potenziali e le vulnerabilità a livello aziendale interno e nel macro ambiente.

L’obiettivo è quello di proteggere l’interesse pubblico contribuendo alla stabilità e all’efficacia nel breve, medio e lungo termine del sistema finanziario a beneficio dell’economia dell’Unione, dei suoi cittadini e delle sue imprese.

Immaginiamo già la domanda sulle vostre facce: e a noi cosa ci cale??

Vi assicuriamo che ci cale, e anche tanto.

Perchè a far rima con tassi non sono solo le banche ma anche – e forse di più, per i motivi inanzi esposti – le compagnie assicurative.

Il discorso parte da molto lontano. Ricordo che in un seminario del gennaio 2018 elencavamo varie situazioni di stress che mostravano già allora segni di tensione fortissimi:

  • le monete virtuali, poi effettivamente ridimensionatesi;
  • gli indici azionari e il vix, che hanno conosciuto una prima correzione sul finire di quell’anno;
  • il real estate di alcune città e paesi (Canada, Stoccolma, Sidney, San Francisco, tanto per fare alcuni nomi);
  • il mercato dei prestiti americani per finanziare l’acquisto di auto e gli studi universitari;
  • il debito corporate, che continua a conoscere nuovi massimi

A questi, oggi ne vanno aggiunti certamente di nuovi: l’inversione della curva dei tassi 5y-2y e quella 10y-3m, il valore estremamente ridotto delle richieste iniziali di occupazione in America (che definiremmo “in bolla”) e il valore molto, troppo contenuto dei tassi, effetto di una politica ecumenicamente conciliante degli apprendisti stregoni Powell, Draghi e Kuroda.

I quali appaiono sempre più ben disposti ad assecondare le richieste degli operatori del mercato azionario.

Questa docilità ha prodotto lo sbriciolamento dei rendimenti di mercato, forse in misura persino eccessiva: in tre mesi il tasso sul decennale è sceso di 45 basis point, mentre lo S&P500 è salito di quasi il 15%.

Molti bond hanno rendimenti negativi fino al quinquennale, ed in alcuni casi anche fino al biennale.

Cosa ne è stato del Dow Transportation e della teoria di Dow? Da inizio del 2019 si è apprezzato di pochi punti percentuali. Quanto a Mr. Dow, pare che debba prendere serenamente coscienza che le merci non viaggiano più né su gomma né su rotaia ma su silicio.

Tutto questo per dire cosa?

Che solo ora l’EIOPA si accorge che per il settore assicurativo i tassi d’interesse sono come l’ossigeno e noi ora viviamo in un mondo con molto meno ossigeno.

Il rischio, per questo settore, è quello di non poter onorare le promesse di rendimento previste dalle Gestioni Separate.

Queste ultime sono una particolare gestione finanziaria, appositamente creata dalla compagnia, nella quale vengono investiti i capitali dei clienti che sottoscrivono una polizza vita tradizionale.
Si tratta, il altre parole, di un patrimonio separato da ogni altro patrimonio della compagnia: quindi, qualsiasi cosa succeda, nessuno potrà toccare i capitali delle Gestioni Separate. Questo significa che il denaro che le costituisce può essere incassato solo dai clienti che vi hanno investito.

Ciò che fa mutare il valore della gestione non è il prezzo dei titoli acquistati ma il rendimento prodotto dalle cedole.

E qui vengono le dolenti note. La situazione attuale in Europa appare simile a quella del Giappone post bolla immobiliare degli anni ’90.

I tassi a zero o negativi portarono al fallimento di nove tra le principali compagnie assicurative giapponesi. Tali compagnie avevano venduto polizze con minimi garantiti che il crollo dei tassi, ed il loro perdurare a livelli zero, avevano spinto fino all’insolvenza.

Un recente studio europeo ha rilevato che il crollo dei rendimenti obbligazionari, se dovesse continuare per un periodo prolungato, potrebbe affossare il sistema assicurativo dal punto di vista della solvibilità, tanto che fino a 30 assicurazioni tedesche si troverebbero ad affrontare rischi di insolvenza (poi dici che i tedeschi…)

Il problema principale sono i risultati delle gestioni che, in molti casi, calano più velocemente del rendimento retrocesso agli assicurati.

L’effetto è che le strutture dei portafogli si stanno geneticamente modificando perchè le compagnie hanno iniziato, obtorto collo, a:

  1. acquistare quantità rilevanti di obbligazioni strutturate (titoli particolarmente complessi assimilabili a vere e proprie scommesse su indici di borsa, valute o altro), obbligazioni non quotate, i private placementsi prestiti con garanzia, le azioni ad alto dividendo e gli OICR (fondi);
  2. vendere titoli di stato e obbligazioni con i tassi più elevati allo scopo di realizzare vitali plusvalenze; purtroppo col ricavato riescono a comprare solo titoli con tassi più bassi…Pura follia.

Insomma, come sempre accade nella finanza, la coperta è corta, e si sta accorciando sempre di più.

All the best

dott. Massimo Moschella
Enrico Gei

IL PUNTO SULL’EQUITY GLOBALE DEL TEAM MOSCHELLA

C’eravamo lasciati sette giorni fa a fissare perplessi l’imminente incrocio degli indici mondiali con le rispettive medie mobili a 200 periodi.
Le mani forti ci hanno tolto da ogni imbarazzo sollevando di prepotenza la maggior parte degli indici al di sopra di quelle asticelle (v. Dja, Spx e Nasdaq daily).
Sicché il successivo ostacolo con cui misurarsi risultano essere adesso i massimi registrati a dicembre 2018.
L’Rsi a 14 periodi accenna appena a surriscaldarsi nel contatto con l’area di ipercomprato.

E si che notizie non proprio esaltanti erano giunte dal fronte macroeconomico che ha confermato l’avvio di una congiuntura internazionale non proprio rassicurante.
Ciò nonostante i big investors non hanno fatto mancare denaro in acquisto, probabilmente rassicurati dalla complicità mostrata dalla Fed.
Mi é sembrato anzi un deliberato piano ben orchestrato ai danni del parco buoi, assistito financo dalla insolita forza esibita dall’oro che va a rivedere, eccezionalmente, i 1331 $ e a fare mostra sul petto di una golden cross.
Nulla da fare per i piccoli traders che subiscono comprensibilmente l’insacco.
I time frame settimanali non suonano una musica diversa. Il Price Momentum Oscillator non ha ancora incrociato, é vero, ma l’Rsi si é gia’ portato senza esitazioni sopra il valore di 50.

Il Vix asseconda questo catenaccio a centrocampo indugiando oltre misura intorno al valore di 15 (v. Vix daily), apparentemente prigioniero della media semplice a 100 periodi sul weekly.

Insomma, un gioco ordito per spiazzare oltre ogni ragionevole logica.
E se qualcuno di voi sta pensando che a farne le spese é stato il comparto del reddito fisso, beh spiacente di deludervi. Hanno pagato dazio solo i nostri Btp.
Sarà un anno destinato a stupire.

All the best

dott. Massimo Moschella
Financial Analyst & Economic Strategist
dott. Gian Michele Moschella
Financial Analyst & Business Developer

2019: SPERANZE E TIMORI

Tutti col naso all’insù a fissare il testa a testa tra gli indici Usa e le medie mobili semplici a 200
giorni.
In queste poche parole può racchiudersi la tensione degli investitori all’approssimarsi del
secondo fine settimana del mese di febbraio 2019.
Il forte e inaspettato rimbalzo degli indici dalla fine di dicembre ai giorni nostri ha infatti spinto
l’equity americano verso queste determinanti linee di resistenza ma in una condizione di vistoso
ipercomprato.
Il gioco dunque si fa duro. Infatti, una chiusura decisiva al di sopra di quella media di lungo
termine ridurrebbe le probabilità che le azioni entrino in un mercato ribassista.
Da cui diventerebbe molto difficile tirarsi fuori con i prodromi in vista di un rallentamento
produttivo mondiale.
Il DJA è l’unico dei tre indici che ha già superato la linea rossa a 200 periodi. Ma il risultato non
può dirsi ancora definitivamente acquisito.


L’S&P500 e il Nasdaq Composite ci stanno provando caparbiamente proprio in questi giorni.

L’incertezza previsionale ci appare quanto mai massima, soprattutto in considerazione del VIX scivolato sui livelli più depressi degli ultimi tre mesi. Posizione dalla quale pare voglia tirarsi fuori. Tutto sembrerebbe pronto per un insolito exploit.

Anche il Fear&Gread Index punta sul bello spinto. Troppo spinto, secondo noi.

Persino il posizionamento del Baltic Dry Index (che misura il livello medio delle tariffe dei noli internazionali) non aiuta ancora ad alimentare forti speranze bullish.
L’indice si è spiaggiato come un grande cetaceo confermando il rallentamento globale in atto.
L’Italia è già in recessione tecnica, e la Germania potrebbe seguire a ruota se il Pil del quarto trimestre fornirà numeri negativi.

Tuttavia l’America, nonostante le incertezze dell’equity innanzi illustrate, non desta ancora serie preoccupazioni.
L’appiattimento della curva dei rendimenti ha subito un provvidenziale stop. Taumaturgiche sono state le parole con cui Powell ha bloccato il rialzo dei tassi programmato per l’anno in corso. Nulla invece potrà fare contro la recessione dei profitti delle aziende Usa che dovrebbe concretizzarsi nel primo semestre del 2019.
E si perchè le proiezioni per il quarto trimestre preludono ad una espansione degli EPS di circa il 12%. Ricordiamo che nel terzo trimestre questo dato era stato pari ad un +25%.
Per il primo trimestre 2019 le previsioni attendono invece un misero -0.5%: una escursione superiore al 20%. Ecco perchè non appare esagerato parlare di recessione dei profitti Usa.
Un +2.3% sarebbe atteso per il secondo semestre e un deludente +7.0% per l’intero anno.
Anche i fondi comuni azionari americani sembrano soffrire di asma bronchiale visto che
l’afflusso delle masse amministrate è in netto calo divergente rispetto all’andamento dell’Sp500.

Il volume dei capitali raccolti hanno sempre anticipato di 12-18 mesi le difficoltà dell’indice principale a stelle e strisce. Sicchè l’arrivo dell’estate potrebbe essere nefasto per l’azionario.
I giochi tuttavia non sono ancora fatti. E se da un lato peseranno le decisione monetarie della Fed, dall’altro avrà forte influenza lo stato di salute del gigante cinese, al momento in difficoltà ad ingurgitare grosse partire di beni importate soprattutto dagli Usa e dalla Germania.
Quanto precede è un assaggio delle tematiche e delle riflessioni che noi di Finanza Strategica e Scattacoltrend svilupperemo nella consueta prima tornata di seminari che avrà inizio il prossimo
marzo.

All the best

dott. Massimo Moschella
Financial Analyst & Economic Strategist
dott. Gian Michele Moschella
Financial Analyst & Business Developer